Barricate anglo-sicule

Ultima puntata delle conversazioni gelminiane, uno scambio di email tra due prof. che discutono della riforma dell’università italiana confrontandola col “modello anglosassone”. Qui si parla di autonomia degli atenei, ‘casta dei baroni’ e problemi della governance
-Quanto dista Cambridge da viale Trastevere
-Il comando impossibile

Olga: Un punto essenziale del ddl Gelmini riguarda la “governance”. Dopo aver prescritto il riordino dei Dipartimenti e avere ridimensionato le stesse Facoltà (si veda la puntata precedente, ndr) si fa la previsione di un Senato accademico molto più snello, di un CdA composto in buona parte da non accademici e di un direttore amministrativo degli atenei come “potere” indipendente dal rettore. Mi chiedo chi finirebbe col costituire l’organo di controllo sulla ricerca. Sarebbe un organo autonomo o sarebbe fatto unicamente di accademici?

Luciano: Prevedere che i Consigli d’amministrazione non siano più costituiti in base a criteri di rappresentanza per categorie e che non siano più presieduti dal rettore (che assommerebbe troppo potere) mi pare positivo. Ho invece riserve sul fatto che al Senato accademico venga attribuita soltanto la formulazione di ‘proposte e pareri in materia di didattica e di ricerca’, riservando al CdA ‘funzioni di indirizzo strategico’. Il CdA a mio avviso dovrebbe fissare le compatibilità economico-finanziarie, in modo che su tali basi il Senato elabori la programmazione didattica e scientifica e che infine il CdA traduca il tutto in bilanci di previsione annuali e pluriennali. L’infiltrazione di manager di nomina politica è un pericolo molto concreto. Più dei finanziamenti privati, che non ci sono, occorre fare i conti col finanziamento delle Regioni. Il “federalismo” regionale apre spazi di manovra e di contrattazione che possono far fallire qualsiasi innovazione. Va da sé ad esempio che  l’apertura dei consigli di amministrazione alle “forze esterne” può significare un controllo sociale sugli egoismi e le dissipazioni degli accademici, ma anche forme di “infiltrazione” di poteri corruttori.

Olga:
Questioni simili sono state dibattute in Inghilterra molto a lungo. Visto che le università devono trovarsi molti dei fondi da sole, i vari organi amministrativi hanno grosse responsabilità. I tecnici ritengono che gli accademici non abbiano le competenze necessarie per occuparsi di finanza; gli stessi prof. talvolta sono stanchi di dover pensare all’amministrazione oltre che a didattica, ricerca e burocrazia quotidiana. Nel 2006 il vice-rettore di Oxford ha cercato di cambiare il modo in cui Oxford è governata, cioè per mezzo di un senato accademico nel quale ogni membro del corpo docente ha diritto di voto (in pratica, una pura democrazia). Il criterio dietro la riforma era appunto quello di una maggiore razionalizzazione e migliore amministrazione delle risorse economiche da parte di manager, volta a ridurre l’indipendenza dei prof. È chiaro che c’erano pro e contro. Nessuno vuole che didattica e ricerca siano ingabbiati da manager che non ne capiscono niente (grosso modo la critica di coloro che erano contro), ma è pure vero che se Oxford ha grossi problemi finanziari questo è stato anche perché molti prof. non hanno le capacità e il tempo per amministrare. Il fronte del no ha pertanto unito vecchi conservatori arroccati nel privilegio (l’equivalente dei ‘baroni’ nostrani) e giovani barricaderi preoccupati dell’indipendenza della cultura (i cugini dei “movimentisti” italiani). La proposta alla fine non è passata, ma – a mio parere – il problema dell’amministrazione è stato solo rimandato per il momento. In tutto il Regno Unito da tempo c’è un attacco a quello che viene percepito come il potere conservatore e anacronistico dell’autonomia del corpo docente, particolarmente nelle storicamente “repubbliche autonome” di Oxford e Cambridge, anche se non si arriva alla sua totale denigrazione come avviene in Italia.

Luciano: In Italia il progetto di riforma è stato preceduto da un’efficace campagna stampa che dura ormai da più di un anno. Il punto di partenza fu la pubblicazione di un saggio, uscito presso un editore prestigioso: ‘L’università truccata’ di Roberto Perotti (Einaudi). Si trattava di un atto d’accusa contro il nepotismo, la scarsa selezione nel vagliare il corpo docente e la mancanza di incentivi alla produzione scientifica che ha trovato una vasta eco. Molti giornalisti ed opinionisti (uno dei più attivi è Francesco Giavazzi) hanno sviluppato in tutte le salse questo tema della "mala università" dando risalto ai più minuti fatti di cronaca. Per alcuni mesi i "baroni" universitari – accomunando in questa definizione la categoria dei professori tour court (senza  distinzioni di ruolo) – sono stati sul banco degli accusati, assumendo il medesimo ruolo di bersaglio dell’indignazione pubblica che un paio di anni fa si era riversata contro la cattiva politica della "casta". Si sono  lette molte amenità, arrivando a sostenere (‘La Stampa’) che i docenti  universitari guadagnano 10.000 euro ed altre fesserie d’ogni tipo. Di fronte a questa offensiva e a questa montagna di  approssimazioni, i docenti, intesi come corporazione, hanno reagito debolmente. Solo di recente è stato pubblicato un eccellente volumetto curato da Marino Regini e da altri specialisti di sociologia dell’educazione: ‘Malata e denigrata. L’università italiana a confronto con l’Europa’ (Donzelli). Ma di questa "risposta" s’è parlato poco. Diciamo che la campagna stampa contro le malefatte dei baroni ha alimentato un pre-giudizio positivo nei confronti della riforma annunciata dalla Gelmini e che in questo ambito particolare il governo si presenta forte come non mai, sostenuto da un’opinione che si cura relativamente dei tagli finanziari, mentre esige giustizia per le infinite malvessazioni ed individua nei docenti universitari i responsabili di una gestione disastrosa delle finanze e profondamente corrotta per interessi particolari. C’è stata una forte delegittimazione. Ciò spiega lo stato d’animo con cui il ddl viene discusso all’interno delle  università, con un atteggiamento quasi carbonaro.

Olga: Da giovane ricercatrice che non ha nessuna speranza di insegnare in un’università italiana mi piacerebbe provocarti sulla ‘casta’ e stimolare una discussione su come si pensa (e come tu proponi) di gestire le assunzioni dei giovani e soprattutto di porre fine ai concorsi pilotati (che esistono eccome). Però magari su questo argomento facciamo una chiacchierata un’altra volta.

Luciano: Sui meccanismi concorsuali non ho opinioni. E’ troppo difficile. Questo discorso mi pare di competenza dei settori scientifico-disciplinari. Se ne viene a capo solo attraverso un dibattito interno, o – per impiegare una parolona – una “riforma intellettuale e morale” all’interno delle aree disciplinari. La stragrande maggioranza dei professori ordinari attualmente in cattedra è stata messa in ruolo ope legis dalla 382/80 e ha fatto ulteriore carriera con i concorsi locali della legge Berlinguer. Per il futuro, probabilmente, un meccanismo di incentivi e di penalizzazioni basato sui risultati della ricerca aiuterebbe più della scoperta del meccanismo ideale di concorso, che forse non esiste. In questo momento tutto quello che contrasta il localismo, la carriera riservata unicamente agli “interni”, va sostenuto con convinzione. Ma c’è il rischio che provvedimenti a favore degli “insider” finiranno col prevalere anche nella riforma Gelmini.

Olga: Certamente. Vedo in questo una grandissima differenza con il Regno Unito. Dove c’è una cultura civica e politica totalmente diversa, molto più matura. Come accademico ho potere e prestigio soprattutto se metto in piedi un sistema che mi fa onore: producendo pubblicazioni di alto livello, disseminando i miei allievi bravi in giro, circondandomi di ricercatori che realizzavano progetti competitivi. Pochi si sognano di dare posti a parenti e amici, con una logica clientelista o influenzata dalla politica: se costoro non sono all’altezza, ne va del loro stesso prestigio. Ma, insomma, torniamo al ddl, come pensi che le università si attrezzeranno per far fronte alle richieste di virtuosità finanziaria?

Luciano: L’insistenza ossessiva sulla “virtuosità finanziaria” delle università è preoccupante. Mi pare prevalente la tendenza di tipo demolitorio (o “reazionario”), mi pare si tenti una (cauta) reazione agli eccessi di populismo egualitario e sindacalista del passato ricostituendo  un certo potere responsabilizzante dei professori ordinari, snellendo  ipertrofie e concentrando poteri, etc.

Olga: Sono assolutamente d’accordo. Peraltro, mi sembra che si parli fin troppo di “finanze” e “virtù” e troppo poco di “numeri” e “qualità”, soprattutto il rapporto numerico tra docenti e discenti, un problema al quale si appassionano molti dei lettori di Step1. Faccio una domanda provocatoria: basta solo essere virtuosi e spendere poco? Anche se spendere poco vuol dire dimezzare i corsi fondamentali, eliminare i ricercatori non organici e non finanziare i laboratori?

Luciano: Ad esempio, nella discussione sulle virtù finanziarie, è stato omesso un fattore essenziale, la demografia del personale docente. Da ora al 2020 quasi tutti i docenti della  generazione della 382/80 andranno in pensione. Si tratta di un enorme ricambio generazionale, inevitabile nonostante la disperata resistenza di chi non vorrebbe andarsene prima che gli inchiodino in testa la cassa da morto. I nuovi ricercatori “tenure track” quando potranno completare il loro percorso? Se tutto andrà speditamente, ciò dovrebbe avvenire intorno al 2017. Per allora i soldi dovrebbero esserci. Il “tenure track” può essere istituito solo in previsione di un pensionamento. Nella legge questo punto non è  chiarissimo. All’interno degli atenei (almeno all’interno del mio) non se ne discute. Come se potessimo espellere un’intera generazione di ricercatori precari e poi guardarci allo specchio, contenti e soddisfatti per quanto siamo stati virtuosi.

Olga: Vedo che sei disposto ad appassionarti per la sorte dei precari, mentre non hai speso una sola parola a proposito del numero chiuso per gli studenti…

Luciano: Penso che non tocchi a me. Gli studenti, se vogliono, le loro barricate se le costruiscano da soli.

  • Loredana C.

    … non s’è capito
    E allora? Barricate sì, o barricate no? E per che cosa?

  • ANDU – Associazione Nazionale Docenti Universitari

    L’intervento di Franco Di Quarto, dell’Universita’ di Palermo, “Universita’ italiana: non e’ la peggiore, anzi …”
    Francesco Di Quarto, ordinario di Elettrochimica presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Palermo. Dalla lista di discussione dell’ANDU http://www.andu-universita.it

    “E’ peggio di un crimine, è un errore” credo che, parafrasando Talleyrand (o Fouche’, ci correggano gli storici!), si possa dire a proposito dei tagli al FFO delle Università italiane operati dai Ministri Gelmini e Tremonti.

    In un precedente intervento avevo messo in evidenza, non smentito fino ad oggi, quali errori (voluti?) si nascondessero dietro i criteri ministeriali di premialità alla ricerca delle varie sedi universitarie. Questa premessa è necessaria perché, come vedremo, la ricerca italiana, malgrado il sottofinanziamento, non sfigura affatto rispetto a quella prodotta nei più avanzati paesi europei (Francia, Germania e Gran Bretagna) e, in ambito nazionale presenta certamente in diversi casi, livelli di qualità comparabile anche tra Nord, Centro e Sud.

    In questo intervento vorrei argomentare perché le scelte ministeriali dei tagli alla ricerca universitaria (nei fatti in questo si tramuteranno i tagli al FFO operati dalle finanziarie tremontiane e dai provvedimenti gelminiani ivi incluso il ddl esitato questa settimana al Senato) si configurino come un crimine a cui la grande stampa e molti “opinionion makers”, poco esperti di università o ideologicamente abbacinati dal mito americano, hanno finito col fornire comodi alibi. Tutto ciò, anche, grazie all’irresponsabile condotta di miopi accademici (leggasi: nepotismo, invenzione di minidiscipline accademiche con mini-CFU e conseguente spropositato incremento del numero di esami per il conseguimento di lauree brevi e specialistiche) e/o Rettori succubi/complici di mediocri politici locali/nazionali (vedi insensata proliferazione di sedi e corsi di laurea decentrati e no).
    Tutto cio’ premesso, in quale altra nazione europea o paese del G8 i responsabili delle Commissioni Ricerca e Formazione delle Organizzazioni degli Industriali salgono in cattedra per lamentarsi della scarsa qualita’ della ricerca prodotta dall’Universita’ quando e’ noto all’universo mondo che la industria italiana destina a questa lo 0,53% del PILa fronte di un dato medio EU pari a 1,19%, con Giappone a quota 2,12%, Stati Uniti a 1,96% Germania a 1,66% Francia a 1,38% e Russia (udite udite!) a 0,72%? (vedi Nature, vol. 430, 15 Luglio 2004).

    La “patria del piccolo e’ bello” di “deritiana” memoria e i vertici confindustriali erano a conoscenza che il numero di ricercatori a tempo pieno presenti nella industria italiana ammontava, nel 2004, ad appena 3,09 unita’ per ogni mille dipendenti (a fronte di un dato di 9,6/1000 nel caso del Giappone e di 5,6/1000 per la UE)? Perché scandalizzarsi sul consiglio ad andare via che un padre, a conoscenza di queste ed altre statistiche, da’ al proprio figlio ingegnere (bravo e preparato) il quale probabilmente, se vuole fare ricerca scientifica, non troverà posto nelle università italiane vista l’immancabile penuria di posti di ricercatore (e/o professore) che si avra’ nei prossimi anni (per non parlare dell’industria!) proprio grazie ai provvedimenti Tremonti-Gelmini?

    Per completezza di informazione sono andato a riguardare le statistiche sui finanziamenti pubblici (in % sul prodotto interno lordo) alla Ricerca e Sviluppo dei diversi paesi del G7 (senza la Russia) da cui si vede che nel 2004 (ancora prima dei tagli Tremonti-Gelmini) l’Italia figura buon ultima dietro la Francia e gli altri paesi G7 e in analoga posizione ma con un distacco ancora maggiore nei finanziamenti totali (pubblico-privati) alla formazione universitaria e alla ricerca e sviluppo. Questo dato potrebbe spiegare perché le università degli altri paesi G7 hanno una dotazione infrastrutturale per la ricerca mediamente migliore di quella media italiana ed un numero di ricercatori largamente superiore a quello dell’Italia.

    Da questi dati i soliti “opinion maker” hanno dedotto senza altri approfondimenti, che le Università italiane producono poco e male sia come qualità di ricerca che come qualità di laureati e che quindi non si produrrebbe alcun danno “affamando” l’Università (il duo Gelmini-Tremonti docet), visto che nella stragrande maggioranza le Università italiane sono degli enti inutili o quasi (salvo ovviamente quelle da 110 e lode). Questi luoghi comuni naturalmente coesistono, anche presso l’accademia che conta, in stridente contraddizione con il dato da tutti sbandierato che molti nostri giovani, spesso formati nelle università di cui sopra, vincono facilmente posti di dottorato e di docenza nelle migliori Università europee ed americane e che la causa principale del loro non ritorno dipende dalla mancanza di posti di ricercatore e/o di professore decentemente remunerati e/o dall’assenza di finanziamenti adeguati per intraprendere e continuare i programmi di ricerca su cui lavorano o potrebbero lavorare una volta tornati in Italia.

    Delle due l’una o le Università italiane producono buoni laureati sulla base di una buona (non da premio nobel per carità!) ricerca o il luogo comune sulla scarsa qualità delle Università italiane è una mezza verità (ossia una mezza bugia!).

    Immaginando lo sdegno e il furore del trio Gelmini-Tremonti-Brunetta sui fannulloni accademici italiani (escludendo da questo insieme ovviamente i due ministri, accademici pure loro!) e al fine di sfatare il luogo comune e placare lo sdegno dei nostri Ministri invito a leggere l’articolo di D. A. King (The scientific impact of nations) su Nature 2004 relativo al periodo 1993-2002 da dove si evince che il numero di citazioni per articolo (normalizzato) dei ricercatori italiani delle scienze “dure” e’ il 12% piu’ alto rispetto alla media mondiale ed a pari livello con i colleghi francesi i quali godono di finanziamenti alla ricerca sicuramente più alti dei nostri. Se poi si volesse procedere a una analisi comparata per aree di ricerca omogenee e per un periodo piu’ recente comprendente gli anni fino al 2007 i dati “Scimago” ricavati dal database SCOPUS mostrano che sull’insieme delle 27 macroaree, comprendenti le scienze “dure” e “molli” presenti nel data base, il numero di citazioni per articolo dei ricercatori italiani non e’ inferiore a quello degli altri paesi europei (Francia, Germania e Regno Unito) e nettamente piu’ alto rispetto alla Spagna. Limitando il confronto con i tre paesi europei piu’ grandi e’ possibile vedere che i ricercatori italiani “sovra-performano” (numero di citazioni per articolo superiore ad almeno due dei paesi confrontati) in 9 macroaree, “performano” (numero di citazioni superiore ad almeno uno dei paesi confrontati) in 10 e “sotto-performano” (numero di citazioni per articolo inferiore rispetto a tutti i paesi confrontati) nelle restanti 8 macroaree.

    Per i più curiosi può essere interessante sapere che le macro-aree in cui l’Italia sovraperforma (eccelle?) includono: ingegneria, energia, medicina generale e scienze stomatologiche, psicologia, scienze sociali, professioni sanitarie, veterinaria. Infine va detto che, anche nelle macroaree delle scienze “dure” in cui l’Italia regge il confronto (performa), esistono molti settori di vera eccellenza dei ricercatori italiani spesso e volentieri mai citati negli articoli giornalistici perché poco si prestano allo scoop giornalistico.

    Se questi sono i dati reali (1993-2007) come mai, solo in Italia, si assiste allo sconcio di una stampa che si presta a campagne di pubblica opinione contro i “fannulloni accademici” i quali, pur finanziati in maniera insufficiente, riescono a mantenere in vita settori di ricerca in cui l’Italia eccelle? Come mai gli organi di informazione, invece di avviare una campagna di stampa contro la miopia confindustriale e ministeriale sui tagli generalizzati alle Università e sulla premialità autoreferenziale (e in qualche caso clientelare), si prestano spesso e volentieri alla denigrazione sistematica e generalizzata di una istituzione che pur con tutti i suoi difetti, sopra richiamati, non e’ certo la responsabile primaria del degrado civile ed economico del paese?

    Infine vorrei sottoporre all’attenzione un dato che, per quanto parziale dimostra che almeno in alcuni settori dove la ricerca italiana sovraperforma (eccelle?) non esistono un Nord ed un Sud d’Italia. Il riferimento è fatto al mio settore di appartenenza, l’elettrochimica, perché è l’unico sul quale possiedo dati sufficienti per elaborare un confronto. Ebbene, il confronto tra le citazioni per articolo dei ricercatori (H index) che lavorano nelle diverse sedi universitarie presenta caratteri di uniformità territoriale tale da inficiare i tagli di risorse previsti nelle graduatorie ministeriali per le università centro-meridionali, e sono certo che così sarà anche per molti altri settori. Con il taglio di risorse l’effetto più probabile sarà la scomparsa, in un breve giro di anni, di gruppi di ricerca che faticosamente sono riusciti ad emergere anche là dove il ministro Gelmini e i distratti opinion maker forse non se lo sarebbero mai aspettato.

    Come mai inoltre il ministro Gelmini invece di chiedersi perché, in alcune sedi universitarie, gli studenti dei primi anni hanno difficoltà di inserimento in un corso di studi universitari ritiene meglio punire le stesse sedi perché sanzionano le carenze delle scuole medie di provenienza, piuttosto che proporre interventi atti a colmare tali carenze?

    Se il ministro Gelmini e il ministro Tremonti si degnassero di spiegarci come pensano di riuscire a risolvere questi problemi di didattica tagliando i fondi alle Università o, peggio, distribuendo i pochi fondi ministeriali alle Università che insistono su territori meno deprivati culturalmente e più ricche di risorse locali noi saremo ben lieti di ascoltare le loro ragioni e modificare, eventualmente, i nostri giudizi.

    Spero, infine, che queste mie riflessioni inneschino un dibattito, non solo interno all’accademia, che serva ad avviare un’operazione di demistificazione sulla campagna in atto di smantellamento della Università pubblica italiana da parte di questo come di quasi tutti i precedenti governi e con la “disattenzione” (interessata?) di associazioni tipo AQUIS e opinion maker di vario tipo.

  • Francesco Gallo

    Cari anglo-siculi
    È vero che alla possibilità di trasformare le università in fondazioni di diritto privato prevista dalla legge 133 il ddl Gelmini non fa cenno. Non dimenticatevi però che questo monstrum giuridico resta sul campo. La fondazione di diritto privato, assolutamente non normata né regolata della L. 133, rappresentava la exit strategy fatta sventolare come risposta possibile di fronte alle ristrettezze finanziarie crescenti portate dai tagli, una sorta di privatizzazione e/o regionalizzazione. E’ difficile capire come gli atenei, istituzioni di diritto pubblico, potessero autotrasformarsi in un ente di diritto privato se prima la loro natura pubblica non viene esplicitamente abolita con un provvedimento di legge. Sta di fatto che mai nessuno ci ha neppure provato ed è improbabile che lo faccia. Ma il monstrum rimane.

  • OT

    Supremazia dell’inglese e impact factor
    Mi ha molto interessato il dato sulla "performance" italiana in alcune scienze "dure" dato dal prof. Di Quarto. Conferma la buona preparazione media dei nostri studenti e ricercatori, cosa che ho constatato anche io nella mia esperienza all’estero. Mi piacerebbe sapere quali sono i dati per le scienze "molli".
    Mi sembra infatti indubbia una cosa: che l’impatto e il numero di citazioni che un lavoro scientifico ottiene dipendono in grandissima parte dalla sede in cui esso appare e dalla diffusione del mezzo linguistico utilizzato. Le riviste scientifiche ("dure") sono quasi tutte in inglese e per questo motivo sono lette da tutti. Le scienze "molli" pubblicano ancora in molte lingue nazionali.
    Gli italiani che ricercano in Italia nelle scienze "molli" pubblicano mediamente poco in inglese, perché hanno a disposizione miriadi di riviste nostrane. Sospetto che, per questo motivo, il lavoro di un ricercatore di antichistica italiano abbia potenzialmente meno possibilità di essere conosciuto all’estero (e dunque di fare "impatto") di quello di un suo collega ingegnere, che il sistema stesso induce (o costringe) a pubblicare in inglese.
    Con questo commento non intendo assolutamente affermare la superiorità dell’inglese o dire che dobbiamo tutti pubblicare solo in inglese. Intendo invece far notare quello che mi sembra un vizio nel sistema di calcolamento dell’impatto, basato su citazioni. Per mia stessa esperienza, nei paesi di lingua anglosassone in pochi, anche ad alti livelli, sanno bene una lingua straniera. Ne consegue che fior fiore di studi sono scritti senza una vera conoscenza della letteratura in altre lingue europee.
    Conviene alla ricerca anglosassone far affermare un sistema nel quale, per contare, bisogna pubblicare in inglese su riviste internazionali. E’ un altro aspetto di quella supremazia culturale che le grandi università anglosassoni stanno affermando, come notava Arianna Cicero in un commento al primo articolo delle "Conversazioni gelminiane". Non so come se ne possa uscire, perché è chiaro che ignorando il sistema si finisce solo con il rimanere isolati (e poi il ministero cala la mannaia dei tagli). Ma è un problema culturale che nell’era della globalizzazione della comunicazione ci si stia riducendo a una monolingua (peraltro spesso deprivata e scritta malissimo dai non madrelingua).

  • Fonte: Ufficio comunicazione Unict

    Se in questo contesto di discussione può interessare… Ecco che ne pensa l’ex Ministro Luigi Berlinguer (Pd)
    Su indicazione del rettore, prof. Antonino Recca, si segnala alla Vostra cortese attenzione l’articolo dal titolo "Università, ecco i nostri sì" di Luigi Berlinguer, pubblicato sul quotidiano "Europa" di martedì 8 dicembre u.s., nel quale viene espressa la posizione del Pd sul disegno di legge Gelmini: tale posizione – sottolinea il rettore – appare evidentemente in assonanza con la mozione recentemente approvata all’unanimità dall’assemblea della Crui.

    Fonte: europa.it – 8 dicembre 2009 – "Università, ecco i nostri sì" di Luigi Berlinguer

    Vedo che ha suscitato discussione una mia recente presa di posizione in cui affermo che il disegno di legge Gelmini esprime una ambizione a cambiare l’università.
    Anche, aggiungo, se non si può tacere il drammatico segno negativo dell’aspetto finanziario.
    Cercherò di spiegare meglio il mio pensiero.
    Molte in quel testo sono le influenze delle idee del centrosinistra. Sarebbe sciocco oggi disconoscere quanto di buono abbiamo prodotto. Si pensi alle misure sulla governance e sul sistema di valutazione (che sono i due perni da valorizzare del provvedimento). Nel passato abbiamo noi scelto di potenziare l’autonomia degli atenei, di cambiare radicalmente la governance, di introdurre la valutazione dei risultati. Un’autonomia che non veda disciplinato il modo in cui gli atenei si autogovernano e in cui si valutano i risultati produce, inevitabilmente, licenza e abbassa la qualità. Ciò ha prodotto abusi, spese ingiustificate, gonfiamento di cattedre e corsi decentrati. Molti non hanno cambiato l’impianto didattico dell’università di 50 anni fa modulata su 200mila studenti, divenuti oggi quasi due milioni. Gli organi di governo universitario rispondono a criteri di rappresentatività dei vari corpi accademici piuttosto che a funzioni strategiche. Si sono confusi organi accademici e organi di gestione.
    Significativo che il ddl Gelmini voglia reintrodurre una netta distinzione dei compiti del cda e del senato accademico (attenzione però a non impoverire il peso di quest’ultimo nelle decisioni scientifico-didattiche). Ritengo importante far decollare l’Anvur, struttura di valutazione avviata con il primo e poi con il secondo governo Prodi. Interessante è l’idea che occorrano sedi diversificate di valutazione (scientifica, didattica, funzionalità di gestione) all’interno come all’esterno degli atenei.
    Credo meno, invece, in alcune disposizioni neocentralistiche e burocratiche del ddl e nell’irrigidimento di dipartimenti e settori scientificodisciplinari (ahimé). Comprendo la volontà di combattere le degenerazioni, ma credo più nella competizione tra atenei che nella velleitaria repressione centralistica delle patologie di sistema.
    Discutibile invece la soluzione proposta per il reclutamento che evoca il ricordo del mostro centralistico dei maxiconcorsi con 35 mila concorrenti alle cattedre universitarie. Vorrei anche rilevare una carenza e cioè la disattenzione nei confronti dell’area europea dell’alta formazione (Ehea) significativamente chiamato Bologna process nei confronti del quale necessitano misure di incentivo, di sostegno, anche di correzione per restare al passo con i paesi più avanzati.
    Mi auguro che il parlamento introduca miglioramenti, allarghi la flessibilità (non la rigidità) del sistema; incentivi l’internazionalizzazione; premi i partenariati ed i titoli di laurea, dottorato, master comuni ad atenei di paesi diversi; punti sulla mobilità di studenti e docenti, sul riconoscimento dei propri studi all’estero. Ho in mente un grande obiettivo: la “comunitarizzazione” della organizzazione e del finanziamento della scienza, una Maastricht della ricerca: è la frontiera che mi impegna oggi personalmente nel parlamento europeo.
    Attenzione, però. Non posso tacere il drammatico segno negativo dell’aspetto finanziario.
    Qui il governo credo commetta un errore strategico.
    Senza un aumento considerevole di risorse la ricerca italiana è a rischio e sta perdendo posizioni importanti nel mondo. Il nostro 1,1% di finanziamenti in ricerca rispetto al Pil è la cifra simbolo di un fallimento. In risorse finanziarie, in risorse umane altri paesi investono il triplo, il quadruplo rispetto all’Italia superata anche dalla Tunisia. Lo ha ribadito con lucidità Diana Bracco vicepresidente di Confindustria con delega all’innovazione. L’unica ricetta per far ripartire l’Italia, per trattenere i cervelli, è puntare sull’innovazione con una dose massiccia e straordinaria di finanziamenti da parte del governo in università e ricerca.
    Lo stesso ha sostenuto Gianfelice Rocca, vicepresidente di Confindustria con delega per l’education. Ad una valutazione positiva del ddl Gelmini ha aggiunto un nodo da sciogliere sintetizzabile in tre parole: «cruciali le risorse ».
    Oggi, nella temperie della crisi finanziaria, Francia, Giappone, Germania – per non dire della dottrina Obama – tagliano in altri settori, ma investono su ricerca e education. Anche l’Italia può farlo. Lo può fare il governo a cominciare da una massiccia iniezione di risorse nella legge finanziaria in discussione in parlamento.
    In Italia non si tiene conto che il bisogno di innovazione – nella società e nell’economia della conoscenza – si soddisfa con più ricerca e con più numerosi ricercatori. Nel mondo della politica però alberga una conoscenza ridottissima su come si organizza la grande ricerca, su quanto essa costi, su cosa sono le grandi attrezzature scientifiche, su quanto sia importante che ogni studioso abbia anche una propria disponibilità di risorse. Al ministero dell’economia e nelle nostre business schools troneggia, ahimé, la Scuola di Chicago, l’idea illusoria che lo sviluppo economico è assicurato dalla capacità manageriale e non da ricerca-innovazione. Diamo ascolto alle parole di Giorgio Napolitano che, in ogni occasione, ripete che il futuro è education e ricerca.
    I problemi di struttura e finanziari devono procedere parallelamente. Non è giusto chiedere soldi senza cambiare la struttura del sistema universitario, ma non è neppure giusto condizionare ai finanziamenti il cambiamento della struttura. Per far questo occorre uno sforzo comune in parlamento. Si tratta di misure strutturali impopolari. Nell’impresa non può riuscire un ministro, neppure un solo schieramento.
    Occorre che le forze politiche non si irrigidiscano nello scontro e non accettino i diktat di quella parte conservatrice del mondo accademico che non vuole riforma di governance e valutazione per poter proseguire nel piccolo cabotaggio dei microinteressi. In gioco c’è il nostro futuro, nessuno può chiamarsi fuori.
    Vedi:
    http://www.europaquotidiano.it/gw/producer/dettaglio.aspx?ID_DOC=115104&t=/servizi/stampa.htm

  • marcello migliore

    Inglese, Italiano e siciliano
    Molti di noi (forse pochi, non so il numero) sono revisori di riviste internazionali (nel mio caso di chirurgia) con impact factor.
    Due settimane fa ho rigettato un lavoro scritto da un gruppo giapponese. Ieri e’ arrivata la risposta definitiva dell’editore che anche gli altri 2 revisori erano daccordo nel rigettare il lavoro. Leggendo le revisioni degli altri due (che rimangono anonimi) ho potuto notare che molti dei punti deboli erano condivisi da tutti. Quella rivista ha un elevato impact factor (IF) ed e’ considerata una delle migliori. Dove sta la motivazione. A mio avviso nella qualita’ delle pubblicazioni accettate e nella severita’ di accettazione. La ricerca e’ fatta dall’uomo per l’uomo e non per far carriera. Queste riviste pubblicano solo ricerche "credibili". Adesso lavoro in UK e sono credibile, ma forse non sarebbe cosi se mi trovassi in altre regioni europee.
    L’italiano e’ una bellissima lingua, ma quanti la leggono. Inoltre quando si pubblica in una rivista italiana ho la sensazione che la revisione non esista per niente o addirittura la rivista pubblica tutto quello che arriva perche’ deve sopravvivere e chiede denari per la pubblicazione. Dove sta la scienza?
    Le riviste inglesi non vogliono soldi per la pubblicazione ma solo buona e pura scienza. Ecco un altra differenza la scienza non chiede soldi.

    In Italia se non si finisce di sprecare parole e si passa ai fatti arriveremo all’assenza del cambiamento (gattopardismo siciliano). Le leggi sono fatte ma rendiamoci conto che il vero cambiamento avverra’ molto lentamente perche sono le leggi non scritte le piu’ difficile da modificare.
    In realta’ il cuore della universita’ sembra malato perche chi ha i privilegi non li vuole perdere senza capire che il mondo va avanti e non bada a noi ed ai nostri giovani. Ai nostri giovani dovremmo pensarci Noi, sono loro il nostro futuro, ma quale insegnamento e quale futuro vogliamo dare se blocchiamo il cambiamento ?
    In sicilia capisco umanamente che il "cuore" dell’universita’ non vuole cambiare ma non lo posso condividere perche blocca il cambiamento (bloccare il cambiamento significa bloccare i nostri giovani, le loro speranze, i loro ideali) e’ quel cuore che pulsa molto lentamente che arresta il corpo e non lo fa muovere. Quel cuore e’ nascosto dal corpo stesso, bisogna quindi stimolarlo e far capire che se la mente vuole esso battera’ piu forte per cosi far muovere il corpo stesso.
    Bisogna quindi agire nel cuore lasciando le parole ed il resto al nulla.
    Ideali ma piedi per terra.

  • m.mazzone

    due rapide osservazioni
    Primo. Il ragionamento di Di Quarto si basa su dati che – per quanto ne so – sono corretti e attendibili. Dunque si pone il problema di come conciliare l’immagine che se ne ricava con quella che non solo viene ossessivamente ripetuta dai media, ma – diciamo la verità – emerge dalla nostra stessa quotidiana esperienza: baronati, concorsi truccati, "lavativismo" diffuso. Forse non si tratta di un paradosso. Il sistema universitario nel quale operiamo tiene nel suo insieme, ma in un contesto molto variegato dove ci sono presumibilmente pochi che fanno nulla, molti che fanno poco, e pochi che fanno tanto. Il vero problema, in tal caso, sarebbe quello di promuovere gli sforzi di tutti, cercando di ‘trascinare’ il sistema verso l’altro, scoraggiando il lavativismo e incoraggiando l’impegno. Qui è dove emerge l’assenza nei nostri atenei, e tuttavia l’importanza, di sistemi di valutazione anche individuale. Come ho argomentato nel forum sui tagli dell’Ateneo catanese, è questo uno dei punti deboli nel nostro sistema, e – come mostra la decisione del Senato di annullare i fondi PRA – sarà ancora più debole mano a mano che le risorse diminuiscono.

    Qui si aggancia la seconda considerazione: dunque, barricate o no? Non pretendo di rispondere apoditticamente. Osservo però che come sempre l’università italiana si presenta scarsamente reattiva, e dico che a me piacerebbe fosse un po’ più "politica": non nel senso di ragionare per appartenenze politiche, il Signore ce ne scampi, ma nel senso di ospitare dibattito alto sulle scelte politiche – specie quelle che la riguardano. Ne parliamo poco tra noi, poco con gli studenti. I media, d’accordo, fanno il resto: ma non è che noi abbiamo una grande capacità di ‘sponsorizzarci’ da soli. Ci vergogniamo troppo, forse, dei pochi che fanno nulla (e che magari, in compenso, hanno in qualche caso molto potere) per difendere nel suo complesso un sistema che appunto, dopotutto, tiene. O sarebbe meglio dire, teneva? E cosa siamo disposti a fare per provare almeno a difendere quel che c’è di difendibile, prima che sia troppo tardi?