Mafia, maxi sequestro a imprenditore
Oltre 50 milioni di euro tra immobili e società

La Dia di Catania ha sequestrato al paternese Daniele Di Cavolo un patrimonio che comprende appezzamenti di terreno, immobili, conti correnti bancari e società, quasi tutte vincitrici di appalti pubblici. Tra cui quello per la metanizzazione in alcuni quartieri di Catania. Guarda il video

Maxi sequestro della Direzione investigativa antimafia di Catania all’imprenditore di Paternò Daniele Di Cavolo. Dodici immobili, sette appezzamenti di terreno, centoventinove rapporti bancari e quattordici società quasi tutte vincitrici di appalti pubblici milionari nelle province di Catania e Messina per oltre 50 milioni di euro.

Dalle indagini patrimoniali della Dia – che coprono gli anni dal 1995 al 2008 – sono emerse delle chiare anomalie tra i redditi dichiarati  e i beni posseduti dall’imprenditore paternese. Che peraltro – ritenuto elemento collegato alla mafia catanese e ad alcune famiglie operanti in altre province siciliane – era già stato arrestato nel 2003 per associazione mafiosa nell’ambito dell’operazione Obelisco. L’accusa, inoltre, riguardava il controllo e la gestione di numerosi appalti pubblici in tutta la Sicilia - insieme ad altri undici imprenditori – nonché di associazione a delinquere semplice finalizzata alla turbativa d’asta. Assolto dal capo di imputazione di associazione a delinquere di stampo mafioso e condannato in primo grado per il reato associativo, dopo la scarcerazione – sempre nel 2003 – avrebbe ripreso la sua attività imprenditoriale allargando di molto il suo bacino di influenza.

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La proposta, accettata dal Tribunale, di rivalutare gli elementi a carico del Di Cavolo viene proprio dalla Procura etnea. «Il sequestro riguarda beni attivi – sottolinea il procuratore capo Giovanni Salvi – Si tratta di imprese che danno occupazione e stanno svolgendo attività reali». Sarebbero 57 gli impiegati da preservare. «La nuova normativa antimafia consente agli amministratori giudiziari di gestire questi beni. Ci sono gli strumenti perché queste attività imprenditoriali possano andare avanti in maniera lecita, salvaguardando l’occupazione e portando a compimento le attività avviate. Ed è quello che cercheremo di fare. Ma è necessario il concorso di tutte le istituzioni cittadine e delle imprese bancarie», continua. «Non è possibile che vengano sostenute le attività imprenditoriali quando sono gestite da ambienti malavitosi e abbandonate quando vengono gestite dagli amministratori giudiziari».

Le società Fin. Par. 2000 spa, la Eni fin spa. e la Fin consorzio gestite dall’imprenditore paternese, peraltro, avevano vinto l’appalto pubblico per la costruzione della rete del gas nei quartieri nord est ed ovest di Catania. «Parliamo di appalti grossi. Uno per 20 milioni di euro e l’altro per 16 milioni di euro. Sono già stati eseguiti lavori per più di 15 milioni di euro e sono in attesa ulteriori finanziamenti», spiega Antonio Fanara, coordinatore del gruppo investigativo antimafia per la procura.

Di certo non la prima indagine che riguarda casi di collusione tra l’imprenditoria catanese e la criminalità organizzata dall’arrivo del neo procuratore Salvi in città. «Nei giorni passati si è ricordato l’omicidio di Giuseppe Fava e i fiori posti dai familiari sono stati distrutti da qualcuno per oltraggio – commenta il reggente dell’ufficio – Credo che la migliore risposta della giustizia alla mafia stia nel lavoro che stiamo facendo, nella capacità di colpire le organizzazioni criminali lì dove fa più male». I patrimoni. «Per dimostrare – conclude Salvi – a coloro che ancora non lo hanno capito, che la legalità prevarrà anche in questa terra».

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