«Non avevo mai sentito parlare di questa Sant’Agata». Lei ha gli occhi blu, i capelli ricci e biondi e parla un italiano impeccabile. Ma è tedesca, di Monaco, in Italia da pochi mesi con il progetto Erasmus. Che le permette di continuare a Catania parte dei suoi studi universitari. L’associazione studentesca Aegee, che del sostegno agli Erasmus ha fatto la sua principale attività, ha organizzato per lei e per i suoi colleghi «Discovering Sant’Agata». Nel giorno dell’inizio dei festeggiamenti agatini, un gruppo di giovani provenienti da tutt’Europa – per lo più tedeschi – girava per la città intasata dal traffico e dalla gente. «Quanta confusione», afferma un polacco, occhi blu e capelli biondi anche lui.
Prima una mostra fotografica all’ex Monastero dei Benedettini, poi il giro delle chiese più legate alla santa patrona catanese. «Cerchiamo di far conoscere a questi ragazzi le nostre tradizioni», afferma Simone Vitale, responsabile Erasmus per l’Aegee. Quella di Sant’Agata, poi, è la festa etnea per eccellenza – «Meglio anche del Natale», dice una tedesca – quella che in tutto il mondo ci invidiano. Perfino l’Unesco, nel 2008, l’ha dichiarata «bene antropologico dell’umanità». Ma i ventenni che, da svariati Paesi, abitano e studiano temporaneamente all’ombra dell’Etna, non l’avevano mai sentita nominare. «Fanno una processione, giusto?», si chiedono ridendo. E cercano, senza trovarne, un confronto con le loro tradizioni. «Sant’Agata è una martire cattolica – continua il ragazzo che viene dalla Polonia – e anche io vengo da un posto cattolico, ma nella mia terra non blocchiamo la città per tre giorni».




